C’erano una volta, potremmo dire come incipit di una favola, il Giurì della Pubblicità e il Comitato di Accertamento, il cui compito era di “accertare” i comportamenti scorretti delle imprese nell’utilizzo del mezzo pubblicitario. Il suo vangelo era il Codice di Autodisciplina Pubblicitaria ma, vi prego, non cominciate a sbadigliare: era, e resta, un argomento molto serio.
Il nobile quanto pratico scopo del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, nato il primo marzo del 1975 dalle ceneri del primo Codice di Lealtà pubblicitaria, che vide la luce nel lontano 1966, era di “assicurare che la pubblicità, nello svolgimento del suo ruolo particolarmente utile nel processo economico, venga realizzata soprattutto come servizio per l’informazione del pubblico con speciale riguardo alla sua influenza sul consumatore” (in particolare bambini e adolescenti, come recita l’art. 11 – La citazione è dalla guida agli esami della TP).
Deputati a vigilare erano due organi: il Comitato di Accertamento, che sottopone i casi al Giurì, esprimendo eventualmente pareri consultivi; il Giurì, che si pronuncia sulla pubblicità che gli viene sottoposta ed eventualmente può, nel caso ricorrano le condizioni, emettere una decisione di blocco della campagna pubblicitaria in corso.
Pur non avendo una valenza strettamente legale le sentenze del Giurì, di fatto, sono sempre state accolte; per una semplice ragione: tutte le più grandi organizzazioni che riunivano i tre attori principali, cioè utenti pubblicitari, agenzie di pubblicità e media, avevano sottoscritto un accordo per rispettare quelle sentenze, in conformità ai 42 articoli di quel Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, che essi stessi avevano promosso e si impegnavano ad applicare nella loro attività.
Questo, di fatto, coinvolgeva la quasi totalità degli attori e degli investimenti pubblicitari in Italia.
Fino a ieri.
Oggi, con il proliferare selvaggio di agenzie di digital marketing e la confusione che regna nel mondo della comunicazione, soprattutto digitale, complici l’utilizzo di qualsiasi tecnica che spazi da mezzi informatici avanzati e interattivi alla segmentazione spinta del consumatore, che non si ferma di fronte a nulla nell’utilizzare mezzi che fanno leva sulla psicologia dell’individuo, sui suoi bisogni sociali, veri o presunti, mi domando, permette ancora di stabilire regole in questo campo?
E poi la ciliegina sulla torta dei media digitali, a metà strada tra direct marketing e stalking: le telefonate moleste provenienti da segreterie telefoniche a tutte le ore, possibilmente quelle in cui si pranza o si cena; si salvano solo le ore notturne, ma per il semplice fatto che giovani e agguerriti markettari digitali hanno capito (sì, perché a volte capiscono anche qualcosa) che c’è un limite alla pazienza dell’essere umano.
E a nulla serve rifiutare consensi, accettare clausole di privacy policy limitate… basta un piccolo errore, una svista durante un caricamento del vostro numero di cellulare su un form finalizzato al semplice scopo di farvi avvertire che vi stanno consegnando la lavastoviglie e siete fritti. Quelle cifre diventeranno, per sempre, ostaggio della rete e oggetto di un contendere collettivo; scambiato, venduto e sfruttato, senza che voi possiate fare (quasi) nulla.
E il far west continua, ad onta di Codici di Autodisciplina, di Comitati e Giurì ma, soprattutto, del buon senso.
Paolo Mander – Owner Atlantide